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Il mio viaggio immobile

Per viaggiare non serve partire. Basta chiudere gli occhi.

Ho sempre pensato che il mio sogno più grande fosse viaggiare, scoprire paesi lontani, fotografare occhi e mani e sorrisi che appartengono a persone distanti migliaia di chilometri da me, assaggiare ciò che per le loro bocche è un’abitudine e fermarmi a godere di quei tramonti di cui loro non si accorgono più.

Perché per ognuno di noi, ciò che è davanti ai nostri occhi ogni giorno, per anni, diventa trasparente, scontato.

Perde di bellezza e magia.

E così si cercano nuovi posti, nuovi visi e nuovi cibi da osservare e gustare diventando, di fatto, ciechi davanti alla bellezza che ci circonda in ogni istante.

La mia vita è stata un viaggio, un lungo viaggio tra i territori italiani, alla ricerca di persone con cui creare un sogno.

Un viaggio fatto di conoscenze, di scambi, di lavoro ed emozioni, che mi ha lasciato tanta gioia nel cuore e tanti insegnamenti in testa.

Il mio viaggio in una carriera invidiabile e invidiata, soprattutto perché a scalarla c’era una ragazza come tante, una parrucchiera venuta dai monti, senza una laurea e coi grandi sogni di tutti.

Il mio viaggio, nelle terre sconosciute di un’attività dove potevo solo imparare e crescere, con tante incertezze e una sola certezza: avrei raggiunto la mia meta e sarei stata felice.

Chilometri, pasti e camere d’albergo a fare da scenario a questo infinito evolversi, fino al momento del crollo.

Fino a non riconoscersi più.

Tutto il mio viaggiare si colpo si era arrestato, concentrato a un solo viaggio introspettivo che mi avrebbe portato a capire la cosa più bella di tutte: non è il contesto a rendere fortunata o felice una persona, semmai il contrario.

Il mio viaggio immobile, fatto di pisolini improvvisi, terapie nuove e abitudini da costruire era diventato il motivo per amare la mia malattia, la possibilità di guardarla in modo propositivo e poterla vivere come si prepara un viaggio di sola andata.

Bisogna scegliere la meta, decidere con chi partire e quando, pianificare le tappe e pensare a cosa fare una volta arrivati a destinazione e, infine, godersi ogni singolo attimo di quella nuova vita.

Così è stato più facile capire che ogni nuovo passaggio verso l’ignoto poteva essere una nuova avventura e non necessariamente qualcosa di cui avere paura, che ogni conquista andava festeggiata e assaporata come se fosse un vino raro e che la fortuna non è non avere problemi ma avere la forza di affrontarli.

Ho pensato a lungo a come potermi di nuovo riconoscere, come usare questa grande opportunità chiamata Narcolessia per capire chi ero diventata e come potevo migliorare, e la risposta è arrivata chiara e immediata come solo una grande passione sa essere: scrivere e aiutare gli altri.

Così è nato questo blog, un viaggio in prima classe nella vita di una persona con Narcolessia, per scoprire che avere una malattia rara è un qualcosa che ti capita, ma che la tua reazione alla malattia è qualcosa che puoi gestire e decidere, organizzando la tua vita come il più bello dei viaggi.

Il viaggio immobile per me rappresenta la sensazione, forte e pregnante, che provo quando qualcosa diventa faticoso.

La stanchezza che ti fa diventare nervoso, gli occhi che si riempiono di lacrime quando non hai più la forza di fare il necessario, il tremolio che ti indebolisce le braccia e la gambe e che ti fa pensare di non riuscire più a camminare… e poi la liberazione, l’improvvisa meraviglia dell’arrivo, dello sguardo che si apre a un orizzonte nuovo, il groppone che ti sale in gola e la commozione nel momento in cui ti dici “oggi sono arrivato”.

Ecco il viaggio immobile è la fatica di percorrere la strada e la catarsi dell’arrivo.

Il MIO viaggio immobile è la fatica generativa, quotidiana, per godermi la pace di una meta conquistata.

È qualcosa che fa parte di me, come gli occhi scuri, e che voglio vivere con la stessa fame di serenità di quando, per mano al mio compagno, sono entrata in clinica per avere la mia diagnosi.

Ora non mi resta che camminare col sole in faccia verso la prossima meta e raccontarvi come sarà il mio prossimo, vero, viaggio e che cosa avrò deciso di portarmi in valigia, oltre alla mia maglietta di Topolino.

Ci vediamo presto, con la valigia in mano e un sogno nel cuore.

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